Il coinquilino è in città, a me regalano due biglietti per la prima di un film in uscita il prossimo weekend. Il copione perfetto! Certo, se non fosse per il fatto che ho avuto un lunedì da “corri a casa e lanciati sotto le coperte”.

Esco dall’ufficio e sento qualcosa di frizzantino che mi scorre nelle vene. Purtroppo non è nulla di alcolico, che dopo questo inizio di settimana ci starebbe proprio bene. Dopo giorni di caldo è tornato il colpo di coda dell’inverno e ho freddo. Ho anche un forte dolore alla schiena e devo andare a piedi fino al cinema.

Mi affaccio e vedo un taxi… quasi quasi… poi mi ricordo adoro camminare. Senza mal di schiena, ma adoro camminare. Saluto le colleghe e mi avvio a piedi passando per le strade di una bellissima Roma. Piazza del Popolo di giorno è bella, ma di sera è TOP!

Arrivo al cinema in largo anticipo e mi perdo nell’osservare le persone accanto a me. Una signora e un signore discutono per il bagno. Due ragazzi si osservano con occhi innamorati. Una mamma acquista popcorn ai figli. E poi arriva lui, perennemente al telefono.

Entriamo in sala e io ho fame, ho sonno, ho freddo, ho male alla schiena. E attorno a me mangiano. E il profumo di cibo mi devasta, ho i crampi allo stomaco. Ho fame. Ho sonno. Ho freddo. Ho mal di schiena. Sicuramente dormirò durante la proiezione perché faccio sempre così. Ho fame, fame, fame. Si spengono le luci, inizia il film…

Instant Family, dal 21 marzo al cinema. Un film di Sean Anders che tratta, in chiave satirica, il tema dell’adozione.

Nella vita nasciamo figli e diventiamo genitori. C’è chi lo diventa per scelta e chi per una strana forma del destino. Poi ci sono loro che lottano per diventare genitori.

Lottano contro la medicina, lottano contro la legge, contro la vita stessa. Quell’impossibilità messa nera su bianco da un esame clinico, ma quella determinazione che va oltre all’impossibilità stessa.

L’adozione è un gesto d’amore per se stessi e per gli altri.

Tutti noi più o meno conosciamo l’iter burocratico dell’adozione, ma in pochi conosciamo il lato nascosto. Quello sentimentale. Quello più vero e anche faticoso.

Instant Family.

Condividere la propria quotidianità, i propri spazi, le proprie abitudini con una persona non è sempre semplice. Immaginatevi farlo con tre bambini che della vita hanno conosciuto il lato negativo.

Separati dalla famiglia, cresciuti in istituti, non scelti da altre famiglie perché il numero 3 è sì un numero perfetto ma in questo caso troppo impegnativo, Lizzie (Isabela Moner), Juan (Gustavo Quiroz Jr.) e Lita (Julianna Gamiz) sono i piccoli protagonisti di questa storia.

Consapevoli che il tempo sta sfuggendo loro di mano e che sono troppo grandi per iniziare da zero, Pete (Mark Wahlberg) ed Ellie (Rose Byrne) decidono di intraprendere la strada dell’adozione. In fondo a 40 anni si è ancora giovani per crescere un figlio. Salvo poi, uscire di casa in 2 e tornare a casa in 5.

Mettete insieme 5 persone, 5 caratteri diversi, 5 età differenti. Ecco, quello che state pensando in questo momento non è neanche paragonabile alla realtà, ma con la giusta dose di pazienza e ironia si possono superare anche i momenti più difficili.

Pete e Ellie, si trovano a svolgere il ruolo di genitori di ragazzi già grandi e, seppur in maniera improvvisata, riescono a conquistare il loro affetto con il loro amore. Salvo poi scontrarsi con il ritorno della mamma naturale che chiede a un giudice la custodia dei figli.

Il regista Sean Anders, grazie anche alla propria esperienza personale, è riuscito a concentrare in 108 minuti le gioie e i dolori dell’adozione. E lo ha fatto in chiave ironica, riuscendo a conquistare senza annoiare il pubblico. Riuscendo a raccontare i sentimenti, le paure, le aspettative sia di chi adotta sia di chi viene adottato.

In fin dei conti, l’adozione imprevista di tre figli può provocare: caos, risate, imbarazzo, errori, amore.

 

 

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