Sono entrata qui per scrivere un post leggero, di quelli ironici che mi piacciono tanto ma, un po’ il mal di testa, un po’ l’assenza di caffè (non si può iniziare la giornata senza un buon cappuccino, che il latte senza caffè che cappuccino è?), e mi ritrovo ad osservare uno schermo mentre i pensieri volano. Volano verso un luogo lontano, verso un tempo lontano, verso una bimba tanto lontana quanto vicina.

Ho paura. Paura non di non trovarmi nel posto giusto al momento giusto (sono alla continua ricerca del fattore C, sappiatelo!), ma paura di trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La mattina esco di casa con la paura addosso, la stessa paura che mi accompagna tutto il giorno e che mi lascia solo quando la sera chiudo la porta di casa con tre belle mandate e ciaone mondo. La mia unica oasi felice sembra proprio il mio minuscolo appartamento e non so se farò mai la morte del topo, ma mi piace salutare tutti con un Buonanotte al secchio come direbbe mia figlia.

Sono qui e penso alla me bambina, alle aspettative per il futuro che aveva quella bambina. Eh già, in un tempo non troppo lontano le aspettative per il futuro esistevano. Poi, non so come e non so perché, mi sono ritrovata nel mondo di oggi, ci siamo ritrovati nel mondo di oggi.

Non esistono più le mezze stagioni, la domenica non è più la giornata delle partite, la verità non sta più nel mezzo, non si va più al parco a giocare, non si scrive più su un quaderno bianco, non si leggono più libri con le pagine, non si cucina più.

Erano gli anni ’80, quelli del proibizionismo bambinesco. Quelli del “questa cosa non la devi mangiare”, “questa cosa non la devi fare”, “in questo posto non ci devi andare”, “con gli estranei non ci devi parlare”. Erano anche gli anni della libertà bambinesca. La libertà di poter correre senza la paura di cadere e farsi male, la libertà di bagnarsi senza la paura di prendere la febbre, la libertà di poter andare a scuola da soli senza la paura di non tornare più a casa.

Negli anni ’80 ero una bambina magrolina prima e cicciottella poi, dalla folta chioma e dall’occhio vispo. Frequentavo quotidianamente la Garbatella, storico quartiere di Roma che, come tutti sanno (e se non lo sapevate ancora, lo scoprirete ora) era diviso in lotti (beh, immagino lo sia ancora oggi, diviso per lotti intendo). Il pomeriggio si scendeva in strada a giocare e non avevamo cellulari, non avevamo neanche gli orologi. Mia nonna ci faceva andare (eravamo in tre come i porcellini, come qui, quo, qua) con la sola raccomandazione “quando inizia a fare buio dovete tornare”. Noi aprivamo la porta di casa e andavamo alla conquista del lotto, del quartiere, della città, del mondo.

Non esistevano auto guidate a folle velocità, non esistevano zingari che ci portavano via, non esistevano psicopatici che ci potessero fare del male con coltelli o pistole. Eravamo noi e basta. Le ferite con cui tornavamo a casa la sera erano solo il segno della nostra libertà. Libertà di poter giocare, di poterci arrampicare sugli alberi, di poterci fare male scoprendo il mondo. E se non rientravamo a casa quando iniziava a fare buio (non avevamo gli orologi e non sempre la meridiana funzionava), ci pensava nostra nonna a chiamarci al rapporto. Si affacciava dal finestrone delle scale e faceva l’appello… QUI-QUO-QUA salite! E noi eravamo obbedienti, più o meno.

Negli anni ’80 non avevamo cellulari, internet e tutta la tecnologia che hanno i bambini di oggi. Negli anni ’80 avevamo una palla e con quella giocavamo a pallone, pallavolo, palla avvelenata, calcio-nascondino, palla a mano, calcio-tennis.

Tale Madre Tale Figlia

Negli anni ’80 non avevamo tutto quello che hanno i bambini di oggi, ma avevamo qualcosa di più prezioso. Noi, bambini degli anni 80, avevamo la libertà. La libertà di poter giocare, camminare, correre. La libertà di poter crescere con la consapevolezza di riuscire a conquistare il mondo. La libertà di poter pensare che un giorno ci saremmo trovati nel posto giusto al momento giusto.

 

 

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