I bambini dicono sempre la verità. Se qualche volta rimanessero in silenzio con i loro volti angelici, sarebbe meglio. Mia figlia, non solo dice sempre la verità, ma prevede il futuro.

“Aiutami!”

“Zzzzzzz!”

“Aiutami, sto morendo!”

“Quando?”

“Ora.”

“E che posso fare io? Stai tranquillo. Che ti senti? Zzzzzzz….”

“Morire.”

“Ah, ok. Va bene.” – Mi giro dalla parte opposta facendo l’occhiolino a Morfeo.

“Potì!!!” – Voce, visibilmente, da rimprovero.

“Eccomi!” – Mi sono messa sull’attenti tipo il cane di Georgie quando lei lo chiamava con il nome completo (anzi, ora che ci ripenso, il cane era dello zio). Ho aperto un quarto di occhio e ho preso il cellulare per dare un rapido sguardo alle mail (ma chi mi scrive di notte? Ah, Privalia, Amazon e tutti gli altri che non dormono mai), una sbirciatina su instagram (a fare cosa che il coinquilino sta morendo? Ecco, lo sapevo 5 like e 2 follower…YES!!!!!), un’occhiata a Google+, una curiosatina a Facebook, cosa si racconta su Snapchat, ma quanto si posta su Pinterest e…

“POTIIIIIIIII!!!!!!!!”

“Eccomi, che c’è?”

“Che stai facendo? Nel frattempo sono morto.”

“Ah, bene. Così torno a dormire.”

“Potì, sto male davvero. Mi accompagni all’ospedale?”

“Quando?”

“Subito!”

“Ma…. ma…. sono in pigiama. Sto ancora dormendo. Sei serio?”

“Secondo te?” – sguardo assassino.

“Ok, sei serio. Ok, vado in bagno.”

“A fare?”

“A sciacquarmi il viso? Vuoi che il primo palo è il mio o vuoi arrivare ancora vivo in ospedale?” – Vado in bagno, mi sciacquo il viso, mi guardo allo specchio e… o MGD che faccia da cadavere. Ma non è lui che sta morendo? Mi trucco un pochino, giusto per togliere i segni del cuscino che non si tolgono. Mi infilo la tuta e affronto la fredda e buia notte romana. Non allarmate i servizi sociali. No, non abbiamo lasciato Julia a casa da sola. Fortunatamente abitiamo nello stesso stabile dei miei che, dopo 150 telefonate, hanno risposto e ci sono venuti in soccorso.

Guidare nella notte senza sapere dove si sta andando regala quella giusta dose di adrenalina. Certo che sapevo di dover andare al primo pronto soccorso utile, ma guidavo ad occhi chiusi. Ok, questa frase la tolgo.

Arriviamo all’ospedale e impieghiamo un po’ prima di riuscire a parcheggiare l’auto.

“Mettila qui.”

“No, è divieto.”

“Parcheggia qui.”

“Non si può. Mi fanno la multa.”

“Ma guarda te se mi devi far morire perché tu devi parcheggiare bene quando a Roma parcheggiano tutti male.”

“Per essere uno che sta morendo ammazza quanto parli!” – Pensandoci bene… 47 Morto che parla!

Arriviamo all’entrata e chiedo alla sicurezza “Scusi il pronto soccorso?” – Mi guarda chiedendosi se sto cercando il pronto soccorso oftalmico visto che proprio davanti a me c’è un cartello grande con la scritta illuminata PRONTO SOCCORSO. – “Ok, ho fatto da sola, ma non è che non ci vedo. Ho sonno, sto ancora dormendo.” – Mi guarda, mi sorride come si sorride ai matti.

pronto soccorso

Entriamo e nessuno ci degna di uno sguardo. C’è un tipo seduto che dorme però dovrebbe risultare in servizio. “Scusi, posso chiedere a lei?” – Mi ignora continuando a far finta di dormire. Andiamo oltre, entriamo in una sala più grande, mi giro e il tipo non c’era più. O ho avuto le allucinazioni o è scappato.

Ci guardiamo attorno e capiamo che gli altri stanno giocando al gioco del silenzio (ve lo ricordate?). Compare un tipo in divisa, ci vede e se ne va. Poi ricompare, ci rivede e se ne va nuovamente. Il gioco va avanti per un po’.

“Che facciamo? Dobbiamo prendere il numeretto.” – il coinquilino mi indica un monitor dove scorrono dei numeri con i codici di accesso e dove campeggia la scritta RITIRARE IL NUMERO, IL NUMERO NON DA DIRITTO ALL’ACCESSO, LA PRIORITÀ’ DIPENDE DAL CODICE (più o meno il senso è questo). 456 rianimazione codice rosso… 374 ortopedia codice verde… poi, dopo qualche altro numero, nuovamente 456 rianimazione codice rosso… 374 ortopedia codice verde. – “Sarà qui.” e mi indica un badgebox.

“Che ti hanno assunto?”

“Cioè?”

“Quello serve per timbrare il cartellino. E poi o i numeretti ora non funzionano o il codice rosso in rianimazione ci ha salutati.” Dico indicando lo schermo… 456 rianimazione codice rosso… 374 ortopedia codice verde.

Mi avvicino al mobile con la vetrata trasparente e noto un plico di fogli stampati. Inizio a compilarne uno con i dati del moribondo quando sento una voce alle spalle. “Siete qui per il pronto soccorso?” – “No, soffriamo entrambi di insonnia e siamo venuti a fare un giro da queste parti.” – “Ok, siete i prossimi.” – “No, solo lui. Io sono viva.”

Il coinquilino entra e mi lascia da sola in quella stanza caldissima. Ai Caraibi avrei avuto meno caldo. Ma quanti miliardi di gradi ci sono negli ospedali? Quindi il coinquilino è dentro ed io fuori. Per la prima chi è dentro sta meglio di chi è fuori. Ai Caraibi con me c’è una signora con il figlio. Almeno penso che sia il figlio o forse sono la Golino e Scamarcio del San Giovanni. Poi rimango da sola ed inizia a salire l’ansia. No, sale la tosse. Tanta tosse e non sono io ad emettere quel suono da Addio mondo infame. Una tosse strana, stranissima.

“OMG, ma qualcuno si sta sentendo molto male. C’è un medico?” – Beh, mi auguro che in un ospedale ci sia almeno un medico. Ma nulla, il vuoto cosmico.

La tosse continua sempre più forte, sempre più brutta, sempre più… silenzio. Ma è morta? Da una stanzetta laterale esce una signora non anziana, di più. Se la sua età dipendesse dalla curvatura della sua schiena, potrebbe aggirarsi attorno ai 100. La guardo con la faccia da ebete. Lei mi guarda con la faccia da “ma che cavolo te guardi, ragazzi’?” – Beh, grazie per la ragazzina. Esce per andare a fumare, passando dai Caraibi al Polo Nord con il teletrasporto e una sigaretta tenuta con elegante grazia tra le dita ricurve.

Finalmente ricompare il coinquilino. Sta bene. Lo hanno visitato e sta bene.

(Tacci de pippo! mi hai fatto arrivare fino qui nel cuore della notte e stai bene? Mi hai fatto saltare il sonno e stai bene? Mi hai fatto prendere freddo e stai bene? Sono le 4:10, alle 4:30 mi suona la sveglia e stai bene?) – “Meno male che stai bene, mi sono davvero preoccupata.” – Dico con la faccia da film drammatico.

Usciamo insieme lasciando i Caraibi ed incontriamo la signora, appoggiata al muro con la sigaretta in bocca. La guardo meglio e mi sembra di vedere la giovane donna che è stata, di scorrere in un frame la storia che l’ha portata a ciò che è oggi. Le passo accanto e accenno un sorriso. Lei apre la bocca ed accenna un colpo di tosse. La fisso per un attimo e penso “Signò, c’hai 100 anni e ancora fumi!” – Mi fissa per un attimo e pensa “Ragazzì, chi se fa li caxxi sua campa 100 anni!

 

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