L’inserimento è un momento molto importante nella vita di un bambino, figuriamoci in quella di una mamma. Dovrebbe essere una cosa abbastanza semplice perché, chi prima chi dopo, ci siamo passati tutti. Ho iniziato a rivivere i miei primi giorni di scuola, il mio inserimento, ma nulla. La mente va indietro, indietro, sempre più indietro e poi si ferma all’esame di maturità, la mia paura più grande ancora ho gli incubi la notte, cioè in realtà ho gli incubi delle interrogazioni e l’esame ancora lo devo fare. Ogni volta mi sveglio col pensiero fisso che prima o poi mi priveranno della laurea perché in realtà non mi sono mai maturata. Va bene, torniamo all’inserimento… da ciò che mi hanno raccontato mi sono autoinserita. Cioè ho deciso io che avrei iniziato la scuola quel giorno quando avevo accompagnato mio cugino. Fortunatamente non si doveva fare tutta la trafila di oggi, bando comunale, iscrizione online, graduatoria, esclusione, ripescaggio… 2 mesi di stress! Oggi l’inserimento è soft, graduale, può durare anche tutto l’anno, genitori che prenotano l’inserimento telefonando la settimana prima… “cosa hai fatto questo anno all’asilo?” – “L’inserimento”. Lunedì è iniziato il nostro inserimento. Domenica ho avuto la classica sindrome del preinserimento, non ho chiuso occhio, mi sono svegliata all’alba ed ho iniziato a prepararmi per l’incontro con le maestre. Julia tranquilla, contenta di andare a scuola con gli altri bimbi. Ottimo! Usciamo di casa senza passeggino, ogni passo il cuore come un tamburo, le mani talmente sudate che JP sembrava un’anguilla. Arriviamo davanti alla porta, suoniamo, ci aprono ed entriamo “Buongiorno a tutti”. Arriviamo alla sezione dei grandi ed aspetto a bussare. Ora busso, ora aprono, ora busso, ora aprono, ma ero sempre lì immobile a fissare la porta. Massi mi guarda e mi chiede “Cosa apetti, che si apre da sola?” Beh, forse. Lui bussa ed apre la porta, la maestra ci accoglie e ci fa accomodare, cioè mi fa accomodare su una sedia in un angolo “Signora, lei rimanga quì e non si faccia vedere dalla bimba. Lei c’è, ma non c’è”. Perfetto, tutto chiaro. Come primo giorno ho un ruolo semplice. Julia inizia a giocare con i bambini, tutti sono attorno a lei (è la novità), tutti la cercano, poi la portano in un’altra stanza (amore mio dove vai, dove ti portano). Dopo un po’ torna con un orsacchiotto in mano, viene verso di me (non lo fare, non lo fare. Io non esisto, sono immobile, assente) e mi dice “Mamma, vedi. Vieni”. La fisso e cerco di trasmetterle il mio pensiero (non esisto, non sono mamma, vai dai bimbi. Non voglio prendere rimproveri proprio il primo giorno di inserimento). Lei mi fissa e non capisce perché resto immobile, allora farfuglio tra i denti tipo ventriloquo “Vai a giocare con i bimbi. Mamma non può parlare”. Lei mi guarda peplessa e poi si mette a giocare con gli altri bimbi (Evviva!!!). Ad un certo punto arriva una bimba con un libro e mi chiede di leggerlo (Ed ora che faccio? Per lei esisto? Potrò parlarle? In fin dei conti non è mia figlia). Inizio a leggere il libro, lei mi mostra le figure, lo leggiamo tutto e poi lei va via (ok, nessuna mi ha visto. O forse hanno fatto finta di nulla). Poco dopo torna con altri due libri (Certo che devo farle proprio tenerezza quì da sola all’angolino). Leggiamo anche gli altri due libri, sono la sua nuova amica poi una voce mi richiama dal mondo dei piccoli “Signora!” (Cavolo, mi hanno vista. Ora mi rimproverano). “Può andare via, per oggi l’inserimento è terminato. La bimba è serena, ci vediamo domani”. Saluto la mia piccola amica e le dico che devo andare ma che ci rivedremo ancora. Mi fa cenno di si. Sono certa che questo inserimento me lo ricorderò per un po’.

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